Name: Morgan
age: 17
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Human Case

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Pre: Disarming

Personaggi: Ronald Weasley; Fleur Delacour.
Genere: Romantico; Commedia.
Avvisi: One Shot; AU.
Trama: Il primo amore non si scorda mai e Ron Weasley si trova a fronteggiarlo per la seconda volta in modo del tutto inaspettato…
Nota: Ci tengo a dire che questo racconto non contiene nessuno spoiler e che ha bellamente ignorato ogni avvenimento del sesto libro. Quindi, il primo che trovo che nei commenti mi fa notare la cosa, verrà preso a fucilate.
Dedica: a tutti gli appassionati di coppie strane e del film Closer.
Per i commenti: clikka qui.

Disarming

Ronald Weasley era seduto immobile sul bordo del letto, la gamba dolorante stesa sulla sedia di vimini.
Incredibile quanti modi diversi ci fossero per inciampare nelle scale e soprattutto quanti di questi lo vedessero come primo e unico esecutore nella storia dell’Universo fin’ora conosciuto.
Per esempio una volta era scivolato su una coperta. Un’altra aveva inciampato stando semplicemente fermo sul posto. Ma questa volta era stata più complicata e se volete, molto più spettacolare: nel tentativo di scansare un Dean Thomas più ubriaco del solito che campeggiava sfacciatamente proprio nel bel mezzo della scala che conduceva al dormitorio maschile di Gryffindor, l’aveva saltato. Il che sarebbe stata una mossa geniale se Harry Potter non avesse lasciato in giro il proprio Mantello dell’Invisibilità, sotto il quale dormiva Trevor, il leggendario rospo di Neville. Così, atterrando proprio sopra la delicata testolina dell’animaletto e non sapendo che a forza di testare i micidiali intrugli del padroncino aveva sviluppato meccanismi involontari di autodifesa a dir poco sbalorditivi, si era trovato improvvisamente a dieci metri dal suolo, attaccato per la collottola alla torre più bassa del Castello, mentre la leggera ma gelida pioggerellina autunnale cadeva su di lui, infradiciandolo come nemmeno una doccia avrebbe saputo fare con tanta efficacia.
Morale della favola: non era proprio caduto dalle scale, ma ci era andato molto vicino.
Era stata una (s)fortuna che Hagrid, passando di lì, si fosse reso conto degli urli disperati del giovane Weasley e l’avesse… per così dire “aiutato” alla sua maniera a scendere da quell’imbarazzante situazione. Mentre il mezzo gigante lo strattonava per una gamba per rompere il tessuto della felpa consunta che lo teneva legato ai piedi dei gargoyle, Ron, nonostante stesse andando incontro a morte certa, se non per inedia per soffocamento, era caduto come un peso morto lungo disteso per terra, sfracellandosi la gamba che ancora era tenuta stretta da Hagrid.
Nulla di che stupirsi che una volta mormorata la consueta litania di richiese di perdono e promesse vane di non farlo mai più, l’avesse accompagnato in infermeria e lasciato lì senza alcuna esitazione, timoroso forse di beccarsi oltre che il tacito rimprovero del Re, anche quello molto più rumoroso di Madama Chips.
E questo circa un quarto d’ora fa.
Per quindici minuti ecco il silenzio più assoluto, la solitudine più disperata che non era certo allietata dalle fitte dolorose che la gamba , per motivi clinici, non poteva esimersi dal provocare.
« Porca… ma non c’è proprio nessuno in questa dannata infermeria?» Aveva sbottato allora il Re, digrignando i denti per il dolore.
Faceva davvero male. Così male che per un attimo vide Fleur Delacour vestita da infermiera che affrettava il passo per raggiungerlo. « Oddio, arrivo subito. Ero andata un attimo nelle cucine per uno di quegli stupidi Elfi.» Anche la sua voce sembrava reale. Così bella, così fluida e dolce, che da sola sarebbe bastata come medicina per sanarlo completamente da qualunque male fosse affetto.
Peccato che i sogni non sempre avessero fattezze così squisite, aveva pensato dopo aver formulato la possibilità che quello fosse un segno tangibile della sua imminente dipartita.
Quando però vide la Veela scostarsi una ciocca dorata dalle iridi chiare e rivolgergli un sorriso di piena rassicurazione e udì quei piccoli passetti eleganti farsi sempre più affrettati, strabuzzò gli occhi e rimase interdetto a fissare quella visione, più vivo e vivace che mai.
« Oh… emh… be’… cioè…» Balbettò senza nemmeno sapere lui bene che cosa volesse dire.
« Mi lavo le mani e sono subito da te.» Lo anticipò Fleur con la consueta grazia. Si avvicinò al lavandino e, spalmatasi una generosa quantità di sapone disinfettante sulle mani leggiadre, le sfregò l’una contro l’altra con forza, come se volesse lavarsi via non solo eventuali microbi, ma anche le impronte digitali.
Ron era basito. « Sì, certo, fai pure con… con comodo, io… noi, la gamba aspettiamo.»
Ma Fleur si stava già asciugando le mani nel grembiule bianco e gli si stava avvicinando con bende e garze di ogni misura e per ogni evenienza. « No, no, la gamba non aspetta per niente. Eccomi.»
Ed era arrivata sul serio, come promesso e con tutta l’efficienza desiderabile e augurabile a una novella infermiera. Lo aveva fatto stendere con cura, dolcemente, attenta a non fargli far fare movimenti bruschi o indesiderati che avrebbero potuto compromettere la situazione precaria nella quale si trovava già senza sforzo.
Ma di forzi ne stava facendo, e forse fin troppi.
Per rimanere calmo ad esempio.
Era al settimo anno e non vedeva Fleur Delacour da tre anni.
O da cinque minuti, se di fosse contato il contatto visivo che Ron amava stabile con gli occhi della mente.
Tre anni. Ovvero da quando la Coppa Tremaghi si era conclusa lasciando a suo ricordo, oltre che al negozio dei suoi fratelli nato con il denaro che Harry aveva vinto, anche il cadavere di Cedric Diggory.
Ne erano cambiate di cose. Lui stesso era cambiato. I bicipiti e i bei pettorali scolpiti, che anni fa avrebbe solo potuto auspicarsi nelle più rosee previsioni di avere un giorno, ne erano prova lampante.
Notti.
Giorni.
Un estate intera a pensare a lei, a quella bocca fatata e a quei capelli lucenti, e a coniugare a tutti i tempi e modi conosciuti e non il verbo baciare da applicare in frasi che avessero lui come soggetto e lei come complemento. Sogni agitati in cui lo svegliarsi era una sottile dannazione, sguardi ammiccanti mai ricevuti ma immaginati con tale ardente desiderio da renderli veri e sufficientemente reali per poterlo rendere felice. Sorrisi mandati a quello stesso famigliare indirizzo che lei aveva ricambiato, invece di ignorare, che lei aveva sperato ricevere ancora e più ardenti, se possibile.
Tre anni a pensare a come avrebbe potuto spendere meglio il tempo in cui lei si trovava ad Hogwarts, invece di farsela sfuggire a causa della sua proverbiale incompetenza con il gentil sesso.
E adesso lei era lì.
Nel momento meno opportuno, nella circostanza meno augurabile, deliziosa, profumata dell’essenza dell’ingenuo passaggio dell’adolescenza all’età adulta che a lui era gradita e nota al di sopra di ogni sospetto.

Senza sapere nulla.
Doveva fare qualcosa, giocare bene le sue carte adesso che ne aveva in mano per un’altra partita che non si sarebbe rassegnato a veder concludere con un risultato che fosse meno che eccellente.
« Tu… io… Sei…»
Tentativo fallito.
« Ah, tu sei Ronald, vero?» Aveva detto Fleur per metterlo a proprio agio. A seguito di un timido cenno della testa da parte dell’interpellato, aveva proseguito facendo nascere sulle labbra rosee il più bel sorriso al quale fosse mai stato onorato di assistere la genesi. « Mi ricordo bene di te. Stavi con la ragazza riccia che piaceva a Viktor Krum, no?»
« Hermione? Oh, n-noi non siamo mai stati insieme. Cioè, siamo molto amici, ma nulla di trascendentale.»
La Veela l’aveva squadrato simulando un moto di preoccupazione. « Stai attento. La parola “trascendentale” non è tra le preferite dell’adolescente medio inglese. Se dicessi ancora una cosa del genere, potrei credere che la ferita si sia infettata.»
« N-no, sta meglio di quanto sembri.» Mentì lui, continuando a tenersi il punto là dove gli doleva.
« Allora fammi dare un occhiata, dai. Togliti i pantaloni.» Anche questo si era immaginato molte volte. Ma decisamente non in quella circostanza.
« No, io credo che sia meglio…»
Lei aveva riso di gusto. « Tutti uguali voi ragazzi. Se vi trovate in una camera d’albergo con una bella ragazza non esitate a togliere i suoi e i vostri di vestiti, ma se a chiederlo è un infermiera in una scuola ecco che la regola universale di uguaglianza tra simili dello stesso sesso viene dimenticata.»
« No, è che…»
« Non ti preoccupare. Va bene così, alza semplicemente la stoffa.»
Ron aveva eseguito con gioia quella richiesta, alzando di tutta fretta la gamba del pantalone incriminato e mostrando una grossa contusione e un taglio poco sopra il ginocchio che, da quel che si poteva immaginare, era davvero profondo.
Molte ragazze si sarebbero scomposte, e se non scomposte per lo meno sentite mancare davanti a tale spettacolo, ma Fleur Delacour no. Aveva guardato la ferita per quegli istanti necessari per farsi una diagnosi e subito aveva preso una boccetta trasparente e ne aveva versato metà del contenuto sul taglio. Nel giro di pochi attimi quello si era già rinsaldato al meglio.
« Sei stata molto… carina.» Aveva biascicato allora Ron, riconoscendo l’odore famigliare e un po’ acre del Farmaco Miracoloso del Guaritor Pico de’Farmacis, che gli era stato amico e compagno di tantissime notti passate in infermeria.
« Dovere. E piacere.» Era stata la risposta sicura, ma modesta, di Fleur mentre da quell’inferno di bende candide ne stava scegliendo una che potesse fare al caso di Ron.
« Come mai sei venuta ad Hogwarts?»
« Lavoro. Madama Chips si è presa una breve vacanza per problemi famigliari e dato che ero in zona e casualmente avevo in mano un diploma come infermiera mi sono proposta per sostituirla. Non ci sono molti posti che necessitino di una mano in campo farmaceutico diretto quando basta una qualsiasi pozione per rinsaldare ossa, sanare malattie, modellare glutei e via discorrendo. Qui ci sono persone molto più imprevedibili di quanto la gente possa pensare.» E mentre parlava aveva iniziato a legare quella striscia di lino sul ginocchio ormai completamente guarito del ragazzo.
« Credo di sì. » Era convenuto Ron, annuendo.
« Il tuo inglese è migliorato moltissimo dall’ultima volta che ci siamo visti.»
« Lo so. Grazie di averlo notato.»
« Figurati.»
Come per ricambiare l’interessamento, Fleur aveva poi chiesto: « Il tuo amico Harry come sta?»
Ron, che sinceramente, non aveva più avuto notizie del paladino della giustizia da quando si era offerto martire per ripulire Hogsmeade da una degustazione di dolci gratuita che aveva avuto luogo quella mattina sul presto, aveva alzato le spalle. « Oh, il solito. Oggi è giovedì, quindi dovrebbe combattere contro le piovre assassine nella Foresta Oscura.»
Dubitando fortemente che ci fossero piovre e men che meno che fossero assassine nella Foresta Oscura, Fleur aveva sorriso e retto il gioco. « E il lunedì cosa fa?»
« Ah, il lunedì è la giornata più incerta. Si giostra tra i consueto falò di creature notturne e l’amata punizione dettata da Piton che vede vaste gamme assortite di torture e fatture.»
« E questa gamba come te la sei fatta? Grazie alla caduta libera mattutina dei Troll della Norvegia per la Sala Grande del mercoledì sera?.»
« L’hai detto te stessa. Siamo molto imprevedibili.»
« E matti. Ho dimenticato matti da legare.»
« Troppo gentile.» Fleur aveva riso, questa volta non per esser cortese, ma perché, e Ron ne era sicuro, aveva apprezzato molto le sue battutine ironiche, che in realtà, alle ragazze non solo facevano pena, ma disprezzavano apertamente ogniqualvolta che ne fosse stato bisogno.
Era seguito qualche minuto di silenzio, durante il quale Fleur era riuscita a terminare con successo la sua opera di medicazione « Tuo…» Le parole però non erano volute uscire da quella bocca perfetta, ingiustamente appartenuta per più di una sera a Roger Davies e al suo quoziente intellettivo minimo.
« Mio…?» L’aveva incoraggiata.
« Tuo fratello… Bill, sai, quello con i capelli lunghi e la coda di cavallo… come sta?»
« Meglio di me.» « Per quello non occorre essere poi così sani.»
Un sorriso ironico era bastato ad esprimere il suo pensiero a riguardo. « Be’, sta bene, credo. E’ tornato in Egitto e lavora felice e contento in una filiale della Gringott.»
« Dalla sfumatura che ho colto nella tua voce mi pare che ci sia dietro un eufemismo bello e buono.»
« Oh, io sono il Re degli eufemismi, oltre che a quello del Quidditch, si intende.»
« Sul serio?»
« Certo. Per esempio se dovessi dedicarne uno ad Harry sarebbe “Indomito paladino della giustizia sposato con la sua vocazione” che sarebbe per dire che è solo come un cane.»
« E per Piton?»
« “Amante delle pozioni, prima di ogni altro bene necessario”che potrebbe indicare molte cose, come il fatto che pare sia allergico all’acqua, per non parlare del sapone.»
Fleur aveva riso ancora, battendo le mani come una bambina che esige ancora una piroetta dal suo giocatore di Quidditch preferito. « Cavolo sei proprio bravo!»
« Ho seguito un corso per corrispondenza, certe vocazioni vanno coltivate.»
« E quale sarebbe il mio?» Aveva azzardato allora lei sperando di risultare scherzosa almeno la metà di quello che si era mostrato lui fino ad ora.
Per un attimo Ron l’aveva odiata. Fare una simile domanda, dargli una così fantastica opportunità senza nemmeno che si preparasse adeguatamente con anticipo… era stato semplicemente disumano.
Ci aveva pensato molto bene. Si era preso persino qualche secondo per rifletterci su e scavare a fondo nella propria mente per trovare una parola che si avvicinasse il più possibile a come lui la vedeva, a quello che lei aveva rappresentato per lui pur non essendo una presenza fisica indispensabile nella sua vita, ma non sembrava fosse mai stata pensata una parola dell’intensità che richiedeva lui. Così aveva detto la prima che ci fosse per lo meno andata vicina. « Disarmante.»
Fleur non aveva saputo se ridere o piangere, oppure, come faceva sempre, far finta di non aver ascoltato, o capito. Ma invece era rimasta seria. « Non è un eufemismo.» Aveva balbettato.
« Oh, credimi. Lo è eccome.» Aveva detto Ron Weasley, arrossendo dalla punta delle orecchie alle cuticole degli alluci.
Fleur non era nuova a certi complimenti, ma in un qualche modo quello era forse il più sentito e carino che le fosse mai stato rivolto, perché nella sua genuina ammirazione c’era qualcosa di così puro che quasi le faceva male allo stomaco. Perché non poteva ricambiare.
« Credo che la gamba ora sia a posto. Ce la fai ad arrivare al Dormitorio? » Aveva detto allora lei per alleggerire l’atmosfera.
La delusione di Ron non sarebbe potuto essere più evidente nemmeno se gliel’avessero stampata in fronte, benché lui ce la stesse mettendo tutta per contenersi. Ma la dissimulazione non era una dote particolarmente spiccata nella famiglia Weasley, così non ci aveva trovato nulla di strano nel sentirsi le gote in fiamme e un nodo gordiano allo stomaco. « Oh, sì, certo. Ti ringrazio molto.» Aveva balbettato alzandosi dal suo giaciglio e desiderando con tutto se stesso di riuscire a correre per togliersi al più presto da quella situazione così imbarazzante.
Fleur si era sentita stringere il cuore a quella scena, mentre un’immagine confusa di tre anni prima, di un ragazzino dai capelli rossi che le aveva domandato spaurito se avesse voluto onorarlo della sua compagnia al Ballo del Ceppo rendendolo il più felice essere della terra. Non pensava a quel ragazzo da anni, ma adesso si era ricordata persino il suo nome e non era riuscita a trattenere un sospiro quando l’aveva collegato a quello del suo primo e ultimo paziente lì ad Hogwarts.
Ricordo di un’ammirazione dolorosa che trascendeva il tempo e lo spazio e rimaneva fedelmente impresso nel cuore di chi l’aveva nutrito in quegli anni di silenzio e solitudine.
« Figurati. Se vuoi passare uno di questi giorni, così per fare due chiacchiere a me farebbe piacere.» E la consapevolezza che non era pietà quella che provava, ma semplice e puro interessamento l’aveva sinceramente sconcertata. « Molto piacere.» Aveva aggiunto dopo un attimo di incertezza.
Ron si era girato, ovviamente disorientato e non senza un po’ di fatica. « Potrei portare il catalogo di Eufemismi per Corrispondenza.»
« Ottima idea! Guarda che io ci conto.»
Masochismo o no, quando Ron Weasley era uscito da quell’Infermeria si era augurato di cadere al più presto possibile da qualche parte e di farsi molto più che un semplice graffio alla gamba.
Perché se fosse stato fortunato gli dei Superi gli avrebbero concesso persino una lussazione, o una frattura. Essere poi così imbranato aveva evidentemente delle qualità nascoste che non gli dispiacevano affatto.