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Name: Morgan age: 17 location: Milano
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Cap.1
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- 1° Capitolo-
So close, no matter how far
Couldn’t be much more from the heart
Forever trusting who we are
And nothing else matter
Metallica, Nothing Else Matter
Trovare vuota la Stanza delle Necessità stava diventando un fenomeno più unico che raro.
Forse a causa dell’ES che due anni prima le aveva regalato più pubblicità di quanto non fosse saggio gettarle sopra, coppiette, studenti in crisi o semplicemente desiderosi di passarsi una serata di relax e confort incuranti di tutto e di tutti avevano eletto quella stanza Magica al settimo piano il loro migliore amico.
Non si sapeva come la stanza avesse accolto la carica e d’altronde nessuno si era mai curato di chiederlo per ragioni strettamente condizionate da quel poco di sanità mentale che si diceva fosse rimasta nelle menti giovani e originali degli studenti di Hogwarts.
Hermione aveva ormai perso il conto delle volte in cui si era trovata costretta a fare irruzione in pigiama e l’umore nero alle ore più improbabili del mattino solo per esercitare la propria spigliata parlantina, che davanti alle infrazioni delle regole sembrava non fosse vincolata da nessun freno, in presenza di studenti molte volte vestiti di poco meno di quello che era lo stretto indispensabile e che facevano del loro meglio per coprirsi e nascondere l’imbarazzo.
Una volta aveva persino beccato una oltremodo mortificata coppia di gemelle Patil con Blaise Zabini, tronfio di un orgoglio tutto maschile che solo un amico fidato di Draco Malfoy poteva ostentare con così calma davanti a lei, conosciuta non solo per il distintivo da prefetto e i voti scolastici sempre troppo vicini all’inverosimile ma anche per l’odio verso ogni forma di maschilismo.
Già, Malfoy. Maledetto, schifoso, opportunista di un Draco Malfoy. Tutta colpa sua se si era presa quella dannata punizione.
Lei, prefetto di Gryffindor, che le regole le infrangeva solo davanti a questioni di vita o di morte (o ad esplicite richieste provenienti da supplichevoli Harry e Ron, preferibilmente in ginocchio), non poteva credere che la McGonagall avesse preferito dare ascolto a quell’essere indegno di rientrare nel genere umano invece che alla sua preferita.
Doveva esserci stato un complotto ai suoi danni o certamente qualche macchinazione politica che non rientrava nelle sue larghe vedute, o forse la sua cara professoressa di Trasfigurazione risentiva degli effetti della menopausa e non aveva trovato altro modo per chiedere aiuto che commettere uno scempio ingiustificato come quello che la vedeva come povera vittima immolata sull’altare del Pettegolezzo comune.
Lo scempio in questione, ovvero la punizione, consisteva nel riordinare la Stanza delle Necessità.
Più facile a dirsi che a farsi, aveva subito pensato Hermione. Infatti la Stanza aveva già avuto l’ordine di prendere le sembianze del più grande ammassamento di cianfrusaglie e oggetti smarriti mai visto da occhio umano e non sarebbe bastato un colpo di bacchetta per salvarsi dai crampi alle mani dato che c’era un campo di forza che avrebbe loro impedito (così almeno si auguravano i professori) di aiutarsi con la Magia.
A quella davvero poco rosea prospettiva, Hermione sbuffò. Erano le cinque di mattino di un sabato mattina dove sprazzi di cielo incerto sbucavano da un cumulo di nuvole minacciose ben intenzionate a lasciare il sole nel suo caldo rifugio al di là dell’orizzonte, e come se non bastasse non solo aveva dovuto rinunciare ad una sana dormita dopo una settimana di preparazione ai M.A.G.O, ma si era anche trovata davanti all’impossibilità di andare ad Hogsmeade con Harry e Ron.
Inutile dire che l’umore del prefetto di Gryffindor facesse temere tempesta proprio come il cielo al di là del vetro. Per essere le prime luci dell’alba di una giornata catalogabile già a prescindere di come si sarebbe svolta, “pessima”, i capelli di Hermione non erano così indomabili come avevano il vizio di essere quando aveva davvero troppo poco tempo per dare loro un occhiata come si deve, anzi, erano piuttosto docili. Indossava una tuta da ginnastica sformata blu scura, molto comoda e poco femminile, che lasciava decisamente tutto all’immaginazione di chi avrebbe potuto avere l’insana idea di addentrarcisi dentro con gli occhi della mente.
All’improvviso, un rumore di passi richiamò la sua attenzione e aguzzò la vista fino a che la sagoma snella e impertinente di Draco Malfoy non si mostrò in tutta la sua meschina presenza. Tracotante e sprezzante come al solito, sembrava che ignorasse il vero motivo della sua passeggiata mattutina al settimo piano e che avesse scambiato il corridoio per la passerella di qualche sfilata di moda alla quale Hermione non era certo stata invitata a presenziare. Il suo abbigliamento era come al solito impeccabile: la divisa della scuola, in perfetto ordine, sulla quale troneggiava la spilla da prefetto era coperta da un mantello nero di seta, così morbida che solo il vederla luccicare di lontano le causò un moto di rabbia sconfinata.
« Malfoy, sei in ritardo!» Sbraitò con voce forse eccessivamente stridula.
Draco, dal canto suo, le rivolse un sorriso ruffiano. « Scusami Granger, non sapevo che fossi così ansiosa di passare la tua punizione con me. Se mi avessi informato sarei passato prima dalla manicure.»
« Le riserve di ossigeno sul pianeta stanno finendo anche per te Malfoy, quindi risparmia fiato, ti conviene.»
« Grazie del consiglio, Granger, lo conserverò scrupolosamente. A te, invece, converrebbe ascoltarti quando parli, impareresti molto.»
Le mani di Hermione si strinsero a pugno. Se non avesse temuto la remota possibilità che rendere un servizio al mondo come sfigurare permanentemente Malfoy sarebbe potuta essere un azione punita addirittura con l’espulsione, forse gliel’avrebbe appiccicati in faccia senza tanti complimenti. « Sei un bastardo. Che cosa c’entravo io in quella dannata disputa tra te e Zabini?»
« Oh, quanto la fai lunga.» Tagliò corto Draco, piccato.« Ti ho fatto un favore, tu ami fare la martire.»
« Malfoy? Mi hai accusata di aver tirato della Puzzalinfa di Bototubero contro la finestra di Snape perchè ero disperata che Zabini mi avesse rubato il Daily Prophet.»
« Geniale, eh?» Si lodò Malfoy gongolante.
« A quanto pare non troppo visto che anche tu sei qui.»
« Devo ammettere che il firmare con le mie iniziali forse è stata una caduta di stile, ma non ci posso fare nulla, è stato più forte di me.»
« Esibizionismo è il mio soprannome, eh?»
Malfoy non si sprecò a replicare e accennò vagamente col capo verso la Stanza delle Necessità.
« Davvero dobbiamo metterla in ordine?»
Hermione inarcò un sopraciglio. « No, per scherzo. Adesso entriamo e troviamo un Night Club.»
« Dobbiamo passare una giornata intera insieme, Granger. Abbi la bontà di startene buona a fare quella cosa in cui voi ragazze siete tanto brave: vegetare.»
Lei non raccolse la provocazione e, sebbene la voglia di avere l’ultima parola fosse pari a quella che aveva di privarlo dei suoi attributi, posò la bacchetta sul muro liscio e disse “Aperio”. Si presentò ai loro occhi assonnati una porta di legno malandato e i bordi mangiucchiati dai tarli, molto somigliante a quella di una casa abbandonata o della Stamberga Strillante che come principio non prometteva certo baldoria. Avrebbero avuto di che sfacchinare.
« Dentro è vietato l’uso della magia. Dovremo fare tutto a mano.» Spiegò Hermione afferrando il pomello della porta e girandolo. Un grugnito risentito proveniente da Draco Malfoy le indicò che aveva preso atto della situazione e che la disapprovava esplicitamente.
Quando Hermione aprì la porta, per poco un set completo di Spioscopi Tascabili non le cadde dritto in testa. Li scansò agilmente con un saltello all’indietro, dopotutto non era poi così sicura di preferire un trauma cranico e settimane in infermeria alla punizione.
Scampata o meno ad anni di analisi, rimaneva il fatto che non riusciva a vedere il benché minimo accenno di un passaggio in quella marasma di robaccia. Era la grande muraglia Inglese dei casinisti, coloratissima, cigolante e anche un po’ inquietante.
Hermione appuntò diligentemente in un angolino ben in vista del suo cervello che se fosse sopravvissuta avrebbe ucciso la McGonagall.
« Diamoci da fare.»
Con un po’ di pazienza e, stranamente, anche grazie all’aiuto delle braccia allenate di Malfoy, ben presto riuscirono a scavarsi un cunicolo nel quale potersi infilare (anche se il prezzo fu quello di intasare letteralmente il corridoio di ogni genere di inutile aggeggio, ma dato che non c’era nessuno a quell’ora del mattino l’unico fastidio procurato era il loro nel prestarsi a tale inutile opera).
Malfoy le fece strada con una cavalleria che voleva sembrare un offesa piuttosto che un gesto galante e lei lo seguì docilmente, troppo demoralizzata dalla prospettiva di una giornata insieme per fare alcun che.
Il caldo era opprimente, il sentiero tortuoso e poco illuminato. Non potevano nemmeno richiamare una fiammella per aiutarsi ma fortunatamente per loro c’era abbastanza luce per poter camminare con tranquillità. « Oh. Una giarrettiera.» Esclamò ad un certo punto Malfoy trovandosi per le mani un pezzettino microscopico di pizzo nero.
« Immagino che ti mancasse per finire la tua collezione.» Commentò sarcastica Hermione dandogli un colpetto sulla schiena.
Malfoy la fulminò con lo sguardo. « No, questo ce l’ho doppio. Se vuoi te lo regalo.» Replicò mettendole sotto il naso quel pezzettino misero di stoffa.
« Ti ringrazio, ma a te starebbe sicuramente meglio.»
« Questo ti offende, Granger. Sembra che tu voglia insinuare che sia una donna più bella di te.»
« Non è un insinuazione, è un osservazione.»
« Molto acuta. Mi complimento con te.»
Hermione alzò gli occhi al cielo e continuò a camminare, sempre più faticosamente, nel tunnel, incespicando più e più volte negli oggetti più disparati. Era incredibile quanto la magia potesse essere dannosa o utile secondo il suo utilizzo e ancora di più era il cinismo della McGonagall nel affidare loro un compito tanto ingrato per una scaramuccia tanto insignificante.
Se solo fosse stata sola si sarebbe messa a gridare dal disappunto, lasciando che per lo meno quel fascio di nervi che si era assicurato un posto permanente sulle sue spalle si sciogliesse, ma non lo era e di certo Malfoy non avrebbe capito il suo sfogo.
« Granger, rassicurami: non dobbiamo mettere tutto a posto noi, vero?»
Se ne cercava uno, l’abbonamento per domande idiote era ufficialmente suo.
« Solo le cose alla fine di questo tunnel.»
« E’ quel “solo” che mi preoccupa.»
E non c’era da dargli torto. La paura di Malfoy era più che comprensibile, accettabile e, obbiettivamente condivisibile perché alla fine arrivarono al centro della stanza e lo spettacolo che si parò loro davanti era così surreale che Hermione ebbe un attacco di ridarella incontrollabile.
Un orgia.
Un orgia di colori che per quando vivaci apparivano osceni e fastidiosi, un ammasso incolto di erbacce metalliche e alberi di legno modellati a forma di armadio, un tripudio di vecchiume e marciume annidato nelle nicchie meno conosciute del tempo danzavano in un immagine confusa davanti alle bocche spalancate dallo sconcerto dei due prefetti.
Draco Malfoy cadde in ginocchio, urtando un televisore acceso e scosse il capo incredulo. Un uomo distrutto, ecco quello che avevano creato. Un emblema alla disperazione umana che mangiava, beveva a parlava. « Ma stanno scherzando, vero?»
« Secondo me no.»
« Lo ripeto. Stanno scherzando?»
Per quanto le sarebbe piaciuto rispondere affermativamente a quella domanda, Hermione si tolse la casacca e l’appoggiò sopra una sedia a dondolo lì vicino, sentendosi già stanca senza aver fatto nulla. « Malfoy, rimboccati le maniche e diamoci da fare.»
« Come no, buon divertimento!» Disse Malfoy. Prese dalla tasca del mantello un portasigarette d’argento e se ne servì. La sigaretta si accese automaticamente non appena sfiorò le sue labbra morbide. Hermione non fumava e non le piaceva che altre persone lo facessero ma invece di accendere una polemica per quello preferì focalizzare la sua attenzione su una questione di responsabilità.
« Non vorrei portarti così bruscamente alla realtà, ma è colpa tua e solo tua se siamo in questa situazione.» Ci tenne a sottolineare Hermione guardandosi un po’ in giro per mettere bene a fuoco la situazione.
« Non me ne frega un accidenti! Stiamo dando i numeri? Qua ci saranno i residui bellici di quattro o cinque ma che dico? venti o trenta generazioni di studenti!»
« Va bene. Fai come ti pare. Non sono tua madre, non ci tengo a farti da grillo parlante, agisci come meglio credi.»
« Grillo parlante?»
« E’ una cosa che non capiresti, meglio sorvolare. Prima iniziamo e prima finiamo.» Disse saggiamente Hermione accingendosi ad iniziare.
Malfoy sbuffò via l’ultima boccata di fumo da un angolo della bocca e come spinto da mano divina si mise al lavoro.
Ne avrebbero avuto per un bel po’.
Senior class president
She must be heaven sent
She was never the last one standing
A backseat debutant
Saving Jane, Girl Next Door
Lavorarono fino all’esaurimento, ininterrottamente per quasi tre ore, poi dopo una pausa fatta di strilli e musi lunghi si rimisero al lavoro più arrabbiati e malvolentieri di prima. Mangiarono un boccone nella Sala Grande verso mezzogiorno ma nessuno dei due poté sfogarsi con i suoi amici dato che tutti gli studenti con la possibilità di andare al villaggio avevano colto l’occasione al volo e avevano tagliato la corda.
Hermione si trovò costretta a fare da paciere nello scontro furioso tra una piccola Gryffindor del primo anno e uno studente del secondo di Ravenclaw che la accusava di aver copiato dal suo compito sui dodici usi del sangue di drago che l’anno prima aveva consegnato a Snape con un ottimo risultato.
Ora che Hermione trovasse la forza di attingere alle sue latenti scorte di pazienza e si impegnasse a persuadere il cocciuto Ravenclaw che era impossibile che nessuno avesse copiato alcunché da qualcun altro, la pausa pranzo era finita e fu costretta a trascinarsi controvoglia alla Stanza delle Necessità.
Stranamente Malfoy era già all’opera e quando arrivò lo trovò impegnato nel gravoso compito di spostare circa otto calderoni d’oro dal fondo squarciato o liquefatto da un lato all’altro della stanza.
Aveva i capelli biondi scompigliati sul viso e la camicia bianca aperta sul petto che lasciava intravedere pochi centimetri di pelle diafana che la fecero arrossire. Per quanto Malfoy fosse un principe per i bastardi rimaneva anche un nobile nella bellezza.
« Bentornata Granger.» La salutò lui svogliatamente. Appoggiò i calderoni che aveva in mano poco vicino ad una pila sconnessa di vecchie sedie a dondolo che avevano messo su quel mattino e si girò a guardarla.
Era un viso dolce quello che si rivolgeva a lei, un espressione delicata quasi troppo angelica per poter appartenere veramente a lui. Hermione decise di ignorare quello strano formicolio che aveva alla bocca dello stomaco e distolse lo sguardo, posandolo casualmente su un manico di scopa così vecchio che non sarebbe bastato un incantesimo per poter essere in grado di leggere la marca o intuire l’anno di fabbricazione.« Odio che tu sia qui prima di me. Rischi quasi di venirmi utile.» Disse, altezzosa come sempre prendendolo con una mano e gettandolo in mezzo alla stanza.
Draco annuì. Si scostò un pezzetto di frangia che era riuscita ad andare fuori posto nonostante la ferrea presa del gel che aveva impiastricciato sulla testa. « Sai, se vuoi che ti faccia una confidenza, non pensavo che la McGonagall ti avrebbe seriamente messa in punizione. Insomma era una bravata, era ovvio che lo fosse e che tu non c’entrassi nulla, eppure…»
« Già, eppure sono costretta a starmene qui.»
« E’ la guerra. Questa tensione fa fare cose strane un po’ a tutti.»
E’ la guerra.
Hermione annuì e si scoprì ad avere improvvisamente una grande voglia di piangere.
Era vero, era proprio la guerra. Si respirava nell’aria insieme ai pollini e alle risate allegre dei bambini, si sentiva bussare alla porta che mai sarebbe dovuta esser aperta, si nascondeva dietro alle frasi rassicuranti e un po’ inventate dei giornali: ovunque si guardasse lei c’era.
La sua stessa amicizia con Harry e Ron, le persone più care che avesse al mondo, la fiutava: se il nemico avesse vinto uno di loro sarebbe morto.
Era inevitabile. Dovevano vincere per rimanere insieme, il problema era che non era poi facile come appariva: Voldemort era il peggior avversario contro il quale avrebbero mai potuto scontrarsi e le loro conoscenze troppo limitate per poter sperare nella vittoria. Dumbledorne in persona si trovava in difficoltà nel fronteggiarlo, cosa certamente non da tutti.
Hermione, sebbene lo trovasse strano, lo odiava: come poteva un essere umano fare così tanto male di proposito ai suoi stessi simili?
Era normale, c’era un modo per capire?
No, non c’era e anche se ci fosse stato lei non doveva capire, lei doveva vincere.
Con la comprensione non l’avrebbe fermato e nemmeno lei, così dolce e giusta, voleva averne, non voleva averne per nessuno.
Appoggiò a terra un paralume a forma di banana e si sfiorò la fronte con il dorso nella mano.
Un luccichio.
Non filtrava luce da nessuna parte, le finestre erano troppo alte e strette perché potesse illuminare fin laggiù, eppure, qualcosa in mezzo a quegli oggetti dimenticati brillava.
Senza pensarci più di tanto, allungò la mano e non la ritrasse fino a che non toccò una superficie liscia e scivolosa come vetro intorno al quale poteva sentire distintamente dei decori intarsiati nel legno. In qualche modo riuscì a prenderlo senza ferirsi e lo portò alla luce artefatta del magazzino, le labbra schiuse per lo sforzo che mendicavano l’aria rarefatta del magazzino.
Era uno specchio. Uno specchio dall’aria consumata e spenta che brillava e rifletteva con una nitidezza non comune, tanto che non c’erano dubbi che fosse stregato. Sulla cornice era inciso un effige di delicata fattura, un giglio così verosimile che a starci davvero attenti si poteva sentire quel leggero e gradevole profumo aleggiare insieme alla polvere.
Si vedeva e ciò che era costretta a guardare non le piaceva nemmeno un po’: aveva l’aria stanca di chi è intenzionato a soccombere.
Una faccia magra e dallo sguardo fiero adornato da una cascata di riccioli castani le restituì lo sguardo.
Avrebbe potuto essere molto più pallida di lì a qualche giorno. Più fredda. Le sue labbra avrebbero potuto non piegarsi mai più in un sorriso, mai più dare risposte corrette o consolare un amico e tutto questo per il nulla, per la distruzione che il cuore di quell’essere non era riuscito a ripudiare dal proprio trono.
Una lacrima le apparve all’angolo dell’occhio e lei sbatté la palpebra per permetterle di scendere sulla sua guancia e al suo lento arrancare lei aggiunse un pensiero, un desiderio che più volte aveva formulato ma che mai aveva ritenuto opportuno palesare per la sua ovvietà.
“Vorrei davvero che Tom Marvolo Riddle non fosse mai nato.”
I bordi dello specchio iniziarono a bruciare come carboni roventi tra le sue mani. Non ebbe tempo di gridare che tutto intorno a lei iniziò a sfocarsi e le sue ginocchia cedettero sotto il suo peso.
Hermione Granger cadde a terra.
N.d.A: Salve a tutti! Questa fanfiction era stata preparata per il concorso su Every Little Thing ma poi per motivi di tempo non sono riuscita a consegnarla (sono un disastro, lo so, lo so). Così, siccome mi sembrava un buon lavoro ho deciso di postare. Spero di riuscire ad aggiornarla settimanalmente, quindi se non cambio nulla troppo radicalmente dovrebbe finire tutto in circa due mesetti. Il capitolo che avete appena letto è solo l’abbrivio (<--- Otto il Passerotto Docet), il bello inizierà dal prossimo.
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