Hogwarts Confidential

1/08/2005 @ 10.52©

If I don't get her soon,

I'll have a heart attack
When she flashes me a look

I wanna burn my books

 

         Alphaville, Highschool Confidential

 

Novembre portò insieme alla neve e al gelo anche la prima ondata di influenza.

Come la Cooman aveva visto nell’Occhio, le classi furono decimate e l’Infermeria conobbe uno dei picchi di massimo affollamento dell’anno.

L’altra notizia rilevante della seconda metà di Novembre fu che Blaise Zabini liberò una mezza dozzina di elfi domestici, apparentemente senza la minima intenzione di farlo, perché, a detta dello stesso Arbiter, lui aveva troppo da fare per occuparsi di quisquilie quali la condizione degli elfi domestici nella società magica.

Tuttavia, per sua stessa ammissione, era al di là della sua capacità di sopportazione vedersi intorno delle creaturine non soltanto così sgraziate da fare ribrezzo a chiunque, ma così malvestite da essere un autentico insulto a quanto lui predicava da anni – così come spiegato nella sua autobiografia che ora come ora contava il frontespizio, il titolo del primo capitolo e una riga.

Questa fu la spiegazione che diede a Piton quando fu interpellato a proposito di sette elfi che si erano presentati al cospetto del Preside strappandosi i peli delle orecchie (in assenza di capelli) e chiedendo in cosa avessero fatto scontento il Signor Zabini che aveva buttato loro una bracciata di vestiti smessi urlando, a quanto sembrava – Non ne posso più di vedervi con quegli strofinacci legati addosso. Possibile che nessuno vi abbia ancora detto che lo stile hippy è passato di moda da anni? –

In quel turbine di starnuti e studenti febbricitanti, elfi domestici che scorrazzavano liberi dalle catene della schiavitù e per di più adesso vestiti di Armani, un Cupido birichino ferì del tenero strale dell’amore, nientemeno che il cuore di Goyle.

Il commento della delicata, eterea Daphne Greengrass quando gli amici la misero a parte dei loro sospetti fu un brontolio rauco di sigarette e Firewhisky che suonò più o meno come “E io che ero convinta che si facesse Tiger”.

Draco Malfoy, da parte sua, era diviso tra l’orrore di immaginare Tiger e Goyle insieme, magari nella camera che dividevano ormai da quasi sette anni, e il pensiero altrettanto orrendo di Goyle che sfogliava margherite per Tracey Davies.

Lo spettacolo di Goyle innamorato era realmente agghiacciante: i suoi soliti grugniti erano stati sostituiti da sospiri che avrebbero dovuto essere teneri ma che suonavano sinistri come vento echeggiante in una caverna nella classica notte buia e tempestosa; inoltre lo si poteva ammirare mentre si perdeva a fissare il cielo con occhi luccicanti come se si fosse sniffato due o tre prese di Artigli di Drago.

Mandava ambasciate alla sua bella sotto forma di uova di rana e dolci che erano frutto delle solite rapine ai danni degli studenti più piccoli e come messaggero usava Tiger che si prestava a malincuore, sempre convinto che la Davies portasse sfiga, e che per proteggersi durante queste missioni usava riempirsi le tasche di sale come consigliava Nonna Tiger.

La cosa che più preoccupava Goyle, insuperabile quando si trattava di stendere qualcuno a pugni o di terrorizzarlo con minacce e affini, ma imbranato quasi quanto Potter quando si trattava di femmine, era la crescente quantità di rivali che si profilava all’orizzonte.

Tracey Davies, dopo l’exploit della Festa di Halloween sembrava averci preso gusto a interpretare al meglio la parte del brutto anatroccolo trasformato in cigno. Tuttora se ne andava vagando per Hogwarts con la sua farmacia ambulante e il suo aspetto cadente; solo che adesso queste venivano indicate come caratteristiche da eroina d’Opera e non come i connotati che l’avevano bollata impietosamente come Figlia di Piton. Al pari di una novella Mimì o Violetta, faceva sospirare romanticamente i ragazzi adesso colpiti nel più tenero da quell’aspetto etereo ed emaciato simile al precoce sfiorire di una rosa e non al decomporsi di una gramigna cui usavano paragonarla in precedenza.

A Malfoy sembrava sempre che quella ragazza puzzasse di cimitero, con quella sorta di sottile odore di marciume vegetale, ma a molti, Goyle in prima fila, sembrava un puro effluvio simile all’odore di santità che circonfondeva quell’angelo sceso in Hogwarts.

Con grande sollievo di Draco Malfoy, Tracey Davies sembrava aver recepito appieno quando aveva cercato di comunicarle - invero in maniera piuttosto rozza anche se in ultima analisi piuttosto efficace - la sera della festa delle ragazze Ravenclaw e non se l’era più trovata intorno, anche se per la verità ogni tanto la scopriva a fissarlo intensamente, strizzando gli occhi scuri. Ma forse, si diceva Malfoy, oltre al resto la Davies era anche miope e probabilmente stava puntando Goyle che come al solito insieme a Tiger, non abbandonava mai il suo fianco.

***

Oh the furnace wind
Is a flickering of wings about your face
In a cloud of incense
Yea, it smells like Heaven in this place

             Elton John, Original Sin

Una cascata di riccioli abbandonati sul lino bianco del cuscino, ciglia come spicchi scuri non dissimulavano le ombre che le cerchiavano gli occhi, gli zigomi accesi dalla febbre sul pallore del volto rilassato nel sonno.

Lei dormiva con un braccio abbandonato sotto il seno e una mano sul cuscino, appena contratta come ad afferrare l’aria che le sfuggiva tra le dita.

Dormiva di un sonno talmente profondo da non sentire le voci dell’infermeria né i passi che si avvicinavano al suo letto.

I bordi del pigiama aperti sotto la gola rivelavano la pelle bianca umida di sudore che brillava alla luce dorata di una candela. L’abbraccio della febbre non era dissimile da quello di un amante: medesime sfumature di rosa e di abbandono, pellicole di sudore e veli di spossatezza sulle membra riverse; il petto che si alzava e si abbassava con lieve affanno.

Scostare con dita leggere la stoffa fastidiosa del pigiama e sfiorare cautamente quella carne che adesso gli era preclusa, la mano che tremava, il battito del cuore ricacciato ferocemente in fondo al petto perché non rivelasse la sua presenza col suo rumore sordo e doloroso.

Ancora il desiderio di scostare le lenzuola che gli nascondevano alla vista quel corpo che era e sarebbe rimasto soltanto suo a costo di uccidere.

Desiderio.

Anche sciupata dalla febbre lei sembrava galleggiare nella luce dorata delle candele, il respiro ardente delle fiammelle che si univa a quello che adesso gli stava accarezzando le dita. Sottile, il profumo di mandorle che emanavano i suoi capelli lo indusse a trarre un profondo respiro che gli dilatò i polmoni perché dentro ne restasse quanto più possibile.

Labbra dischiuse a succhiare piano il respiro lieve del sonno, labbra riarse dalla febbre, che invitavano a passarvi piano la lingua sopra per inumidirle, per blandirle con baci che dessero freschezza e sollievo.

A entrambi.

*

Un pallido raggio di sole, bianco dorato, come miele diluito nel latte, le colpì piacevolmente le palpebre e, anche senza aprirle lei seppe che era semplicemente il riflesso della luce che splendeva sui capelli morbidi che teneva tra le dita.

Emise un basso mormorio interrogativo e in risposta labbra soffici e ferme si posarono sulle sue.

- Sono qui -

L’allontanarsi delle labbra di lui per sussurrarle quella rassicurazione era stato l’intervallo di un respiro, ma non per questo meno intollerabile. Lei sollevò il volto per cercarlo ancora e subito, sentì di nuovo la sua bocca sulla propria; inarcò la schiena in un silenzioso invito e si spostò leggermente per agevolare la sua mano, sospirando di piacere quando la sentì chiudersi intorno a un seno. Dita dolci e avide, di cui riconosceva la tenera crudeltà nel suscitare desideri che avrebbero premurosamente placato non appena avessero forzato più del dovuto la sua resistenza.

Protese le mani alla cieca per passarle di nuovo trai capelli biondi e sottili che le accarezzavano il viso, senza aprire gli occhi.

Non voleva aprire gli occhi, non poteva farlo. Non ricordava perché ma sapeva semplicemente che quel dolore nascosto in fondo al petto sarebbe tornato se lo avesse fatto; quel qualcosa di vuoto e di incolmabile che non ricordava, avrebbe preso il sopravvento di nuovo facendola soffrire e privandola di quel tocco meraviglioso e di quei baci come acqua sulle sue labbra riarse dalla febbre.

- Per favore -

Chi dei due fosse stato a implorare l’altro non aveva importanza, in quello spazio in cui la distanza tra chiesto e donato non esisteva.

Trovò l’umido calore della sua bocca, il sapore del suo respiro, la lingua che accarezzò con una tenerezza insistente che gli strappò un sospiro e una risposta più appassionata, di denti che la morsero piano, a limite del dolore prima che lui affondasse nella sua bocca con forza, togliendole il fiato. Lui le insinuò una mano trai capelli, spostandole la testa per poi tracciare il contorno delle sue labbra con la lingua, incurante delle screpolature prodotte dalla malattia, gentile quel tanto che era necessario per non farle male. Poi ancora la sua lingua le scivolò nella bocca che lei gli offriva come si solleva il volto al riversarsi della pioggia, lo sentì indugiare nelle pieghe calde e blandire e carezzare, fino a che non dovette scostarsi per permetterle di respirare.

Ma lei non voleva respirare, non voleva più farlo.

- Ti prego -

- Sono qui -

*

 

A vision revealing a child down

Where I've sure never been
An angel who's touching the flame

Oh the angel is me

 

         Edguy, Nailed To The Wheel

 

 

Hermione Granger si svegliò con un sussulto che le scosse dolorosamente il corpo indolenzito. Le palpebre rimasero serrate ancora per qualche istante cercando di catturare le immagini e le impressioni latenti che si agitavano ancora dietro di esse ma che pian piano andavano sbiadendo nella lucidità e nel controllo del risveglio.

Aprì lentamente gli occhi e trattenne il respiro, poi sollevò una mano, esitante e si toccò le labbra dove avvertiva ancora, leggera, una pressione in cui ravvisò lo strascico di un sogno in cui era sprofondata per via del pesante dormiveglia provocato dalle pozioni contro l’influenza.

Si accorse però che i primi bottoni del pigiama erano aperti e i lembi scostati lasciavano intravedere l’orlo del reggiseno.

Lasciò ricadere la mano sul cuscino e rimase assorta a fissare il cielo imbronciato fuori dalla finestre e ascoltando le voci delle persone che affollavano l’Infermeria e al di fuori delle cortine tirate intorno al suo letto.

- Ecco la Pozione per il mal di testa. Non più di una tazza ogni sei ore, mi raccomando -

- Grazie, Madama Chips – rispose una voce maschile.

Hermione trasalì riconoscendo all’istante quel tono profondo e roco, vagamente nasale. Istintivamente si toccò di nuovo le labbra e poi le dita corsero a sfiorare la gola.

- Di nulla, signor Malfoy -

Col cuore in gola, lei riconobbe passi familiari, per lei perfettamente distinguibili tra quelli che calpestavano i pavimenti dell’Infermeria, allontanarsi e poi tacere del tutto.

Hermione si girò sul fianco e abbracciò il cuscino, affondandovi il viso con un sospiro. Non sapeva bene cosa provava in quel momento, troppo stanca per lasciarsi percuotere dalla rabbia e troppo inquieta per riuscire ad accettare quel frammento di sollievo che le alleggeriva, suo malgrado, il cuore. Troppo sfinita dal dispiacere e dalla debolezza per combattere contro quell’istintiva scintilla che la stava scaldando, cercò semplicemente di sgombrare la mente e di non pensare a nulla: l’unico antidoto efficace per soffocare quel moto di gioia sarebbe stato ricordare quello che era successo dieci giorni prima, quello che le aveva raccontato Harry.

Ricordare l’ultimo abbraccio di Draco.

Il suo addio.

Ma anche quel ricordo era così doloroso da spingere dietro le palpebre gocce amare che chiedevano di traboccare sul suo viso e lei non voleva. Non voleva più piangere, ma soltanto dimenticare e non pensare più a niente.

Avvertendo la presenza di qualcuno vicino al suo letto chiuse strettamente gli occhi, fingendo di dormire ancora, e rimase in ascolto.

Sperava con tutto il cuore che non fosse Ginny o Harry, oppure Ron. Nei giorni successivi alla rottura con Draco si erano comportati con una premura silenziosa e con una cortesia impacciata che le aveva fatto desiderare di scomparire. La loro desolazione, le loro espressioni cupe che dicevano che, dopotutto, loro sapevano benissimo che tutto quanto si sarebbe potuto evitare con un po’ di buonsenso e con un po’ più di senso della realtà.

Aveva combattuto per mesi e infine i fatti avevano dato ragione a loro, la vergogna che provava era superata solo da quell’incredulità e da quel dolore acuto, pulsante, che l’annientava dentro ogni qual volta le capitava tra le mani qualcosa che aveva significato la sua vita insieme a Draco Malfoy. Sciarpe ricacciate in fondo ai bauli per non doverle più vedere ma la ferita che aveva sentito aprirsi dentro al solo pensiero di gettarle via era stata ancora peggiore; il vestito indossato alla festa delle ragazze Ravenclaw lo aveva fatto Evanescere e non aveva ancora deciso dove e se farlo comparire di nuovo; le creme e i profumi, i colori che lui aveva amato vederle addosso, vasetti e maglioni azzurri nascosti da qualche parte dove non potessero capitarle per caso sottomano infliggendole graffi che non aveva la possibilità di medicare.

Quella piccola ampolla di vetro chiaro che lui le aveva dato tempo prima con un sorriso…

Per te. Prendine tre gocce ogni sera se alla fine dell’anno non vuoi sostenere gli esami tenendo in braccio i miei figli.

…Buttata nella spazzatura cercando disperatamente di non pensare ma di cancellare tutto. Tutto quello che non era in grado di affrontare, tutto quello che le rendeva doloroso anche solo l’atto di respirare.

Hermione socchiuse appena un occhio e fissando il pavimento vide un paio di scarpe femminili di vernice azzurra, le punte che sfregavano a turno il pavimento con un gesto che rivelava un certo nervosismo.

- Capogranger, lo so che sei sveglia. Se vuoi che vada via devi solo dirmelo e io me ne andrò senza fare storie -

La voce bassa e tesa, seppure piena di dolcezza, di Tess Steeval era l’ultima cosa che lei desiderava sentire al momento.

Tess Steeval significava dispiaceri troppo brevi per fare davvero male, porte che si chiudevano per spalancarne altre dietro le quali trovare una luce accecante. Tess Steeval significava i ricordi di un autunno in cui era arrivata a vivere qualcosa che non avrebbe mai immaginato possibile.

La piccola Ravenclaw si avvicinò di un passo e posò un cestino sul comodino accanto al letto: fragole.

In Novembre.

Come sempre Tess significava sovvertire con naturalezza ogni legge esistente, con la medesima, incantevole disinvoltura di chi non pensa ci sia nulla di sbagliato nel coltivare l’erba voglio in vasi di fiori fuori dalla propria finestra.

- Non vuoi …nemmeno salutarmi? – domandò Tess con una voce così piccola e sottile che sembrava sul punto di sciogliersi in lacrime da un momento all’altro.

- Sto male, Tess – rispose Hermione chiudendo di nuovo gli occhi.

Una pausa.

- Anche io starei male, al tuo posto – rispose l’altra in tono molto timido.

Visto che Hermione non accennava a risponderle ma nemmeno cercava di mandarla via, Tess si avvicinò esitante alla sponda del letto e sedette sul bordo, cincischiando l’orlo della gonnellina bianca.

- Ginny non mi saluta nemmeno più – le spalle di Tess si curvarono e la ragazza parve ripiegarsi su se stessa come una bambola di stoffa gettata in un angolo.

Hermione si voltò supina e senza dire nulla si limitò a sollevare un sopraciglio in modo significativo. Tess arrossì e si affrettò ad aggiungere – Non che sia venuta qui per lamentarmi, certo. Capisco Ginny e sono contenta per te che tu abbia amiche così leali. Volevo solo … - s’interruppe e si morsicò il labbro inferiore.

Sembrava così in difficoltà che Hermione non riuscì a trovare in sé nemmeno la minima traccia di ostilità o di rancore.

- Non ti ho detto nulla perché sapevo che sarebbe successo questo – disse Tess, la voce sempre bassa risuonò di una fermezza che fino a poco prima non aveva.

- Ti ha minacciata vero? – replicò Hermione, stanca – Ha minacciato di rivelare il tuo segreto. Non negare Tess, io lo conosco, so a cosa è disposto ad arrivare per ottenere quello che vuole -

Tess annuì rapidamente – Si, lo ha fatto ma questo non deve andare a mia discolpa perché come avevo detto a lui sarei comunque rimasta in silenzio – ammise coraggiosamente e prima che l’altra potesse aggiungere altro, terminò – Anche perché non ho visto granché: un abbraccio e un bacio sulla fronte, nulla che potesse sembrare compromettente –

Hermione serrò gli occhi, come per prepararsi a una fitta di dolore che però non arrivò, solo il morso crudele della gelosia che le strinse lo stomaco.

- E non volevo essere io a metterti nelle condizioni in cui sei adesso: con le spalle al muro -

L’ultima frase pronunciata da Tess cadde nel silenzio col fragore di un pezzo di roccia che si stacca dal versante di una montagna, precipitando nel vuoto di una vallata di cui è impossibile vedere il fondo.

Hermione spalancò gli occhi e fissò il cielo che andava imbrunendosi rapidamente fuori dalle alte finestre mentre il significato di quelle parole si scavava faticosamente una strada dentro la sua mente sfinita dai dubbi.

- Capogranger, - proseguì Tess, dolce e inesorabile – non potevi fare altro che troncare con lui, stando così le cose, vero? Nessuna possibilità di decidere altrimenti, forse di ignorare o di perdonare, ammesso che ci sia qualcosa da perdonare, cosa che io non credo – mosse le dita piegandole un paio di volte, tanto per sottolineare che quello era un suo inciso.

Rimasero in silenzio per un tempo lunghissimo, infine, Hermione tese una mano verso il cestino che l’altra aveva lasciato sul comodino e prese una fragola portandosela alle labbra.

Masticò lentamente e deglutì – E’ buona –

Tess arrossì lievemente e un’espressione di genuina, luminosa contentezza, scacciò l’imbarazzo dal suo volto – L’ho visto andare via prima – disse con un’ombra di malizia nella voce.

Hermione continuò a masticare fragole, una dietro l’altra senza dare segno di comprendere a cosa Tess si stesse riferendo, ma all’altra non sfuggì la luce di attesa che le si era accesa nello sguardo.

- Era venuto a trovarti? -

Ancora nessuna risposta ma a Tess la faccia tosta non mancava sicuramente, infatti aggiunse – Quando l’ho incontrato nel corridoio aveva un’espressione totalmente persa come se non si rendesse nemmeno conto di dove si trovava –

Ancora una fragola, ancora silenzio ma adesso Tess aveva un’espressione incredibilmente soddisfatta in viso.

- Io vado, Capogranger – disse balzando in piedi – Non dimenticarti che hai promesso di venire a dormire da me qualche volta. Devo ancora farti vedere la mia stanza! -

- Ma certo – rispose l’altra in tono assente, ma a Tess bastò; agitando la mano indietreggiò verso il corridoio trai letti – Finisci le fragole, - disse a mo’ di saluto – hanno un sacco di vitamine -

***

September, streets capsizing
Spilling over down the drain
Shards of glass splinters like rain
But you could only feel your own pain
October, talking getting nowhere

                           U2, Please

Quando due giorni dopo Hermione fece ritorno al dormitorio di Gryffindor, trovò che in sala comune regnava il solito caos che evidentemente né il Caposcuola Ron Weasley né il Prefetto Ginevra Weasley si erano occupati in nessun modo di arginare visto che sembravano prendervi parte attivamente: in un angolo della sala Harry e Dean Thomas stavano arrostendo castagne su un fuocherello magico e nel lato opposto Calista Hamilton teneva banco con il programma settimanale del Potter Fan Club che a quanto sembrava stava organizzando un’offensiva ai danni del Zabini Fan Club.Ginny sbadigliava davanti al camino, con una rivista sullo stomaco e le caviglie incrociate sul bracciolo del divano, e sembrava completamente a suo agio salvo minacciare con la bacchetta qualche studentello degli anni inferiori che si faceva scoprire a sbirciarle le gambe.- Ciao Hermione! – la salutò allegramente, vedendola comparire dal buco del ritratto.

- Hermione! – esclamò Harry, sorridendole e agitando la mano che stringeva la bacchetta verso di lei. Quel movimento fece sollevare una lingua di fiamma che quasi mise fuoco alle tende e strappò a Ginny una smorfia di disgusto – Ma si può essere così idioti? – sbottò la ragazza mentre osservava Harry e Dean cercare di spegnere l’orlo bruciacchiato di un tendaggio – ‘Mione, credo che quello stia aspettando te – aggiunse rivolta all’amica, indicando uno dei gufi della scuola appollaiato sulla spalliera di una sedia traballante.

- Grazie – rispose Hermione togliendosi il mantello – Deve avermi cercato in infermeria quando ero già uscita –

Il gufo tubò in tono di rimprovero quando lei gli si avvicinò, ma le permise docilmente di staccare l’involto di pergamena sigillato di ceralacca che portava legato alla zampa.

Hermione tenne la lettera tra le mani per un lungo minuto, poi sentendosi sulla nuca lo sguardo penetrante di Ginny diede la buonanotte a mezza voce e si avviò verso la scala delle ragazze.

Calì e Lavanda per fortuna non c’erano cosicché si lasciò cadere a sedere sul letto e finalmente aprì il sigillo che chiudeva quella lettera che portava notizie che avevano fatto un lungo giro prima di arrivare a lei: la sede della Gringott a Londra e poi l’Accademia di Beauxbatons, per poi tornare a Londra e infine approdare tra le sue mani.

L’inglese di Fleur Delacour era parecchio migliorato ma anche se la ragazza avesse continuato a esprimersi nel medesimo inglese astruso e fortemente accentato di qualche tempo prima, a Hermione sarebbe comunque bastato scorrere le prime dieci righe della lettera per avere conferma di quanto si era aspettata da un pezzo.

Dopo aver consultato via gufo la sorellina Gabrielle che studiava a Beauxbatons, Fleur era in grado di assicurarle oltre ogni ragionevole dubbio, che nessuna Lisa Nora McFays aveva mai studiato in Francia presso l’istituto che l’una delle sorelle Delacour aveva frequentato e che l’altra frequentava ancora.

Semplice, terribilmente semplice.

Non esisteva nessuna Lisa Nora McFays.

Hermione posò la lettera sul copriletto con la mano che le tremava.

Draco.

Controllare l’ansia diveniva ogni momento più difficile, il bisogno di fare qualcosa, unito al non sapere assolutamente cosa fare, la lasciò paralizzata nella stessa posizione per svariati minuti, col cuore che batteva di un ritmo sordo e pesante e la mente incapace di funzionare.

Decise in  una frazione di secondo: afferrò il mantello e se lo gettò sulle spalle mentre scendeva a precipizio la scala diretta nella sala comune.

Uscì dal buco del ritratto senza guardarsi indietro perché mettersi a dare spiegazioni in quel momento le avrebbe soltanto causato una crisi isterica e si gettò a scendere le scale che portavano verso i piani inferiori senza sapere nemmeno bene dove cercare.

I corridoi erano deserti e lei non sapeva nemmeno bene che ora fosse, quadri che bisbigliavano al suo passaggio parole di saluto o che si limitavano a scrutare, incuriositi, la sua espressione tesa e preoccupata.

Le torce scoppiettavano di un’allegria che in quel momento lei non si sentiva affatto di condividere. Le ombre scure che si annidavano negli angoli e nelle nicchie delle pareti non per la prima volta le parvero piene di occhi che scrutavano il suo passaggio, a un tratto sentì dietro di sé un rumore di passi e senza fermarsi infilò una mano nel mantello alla ricerca della bacchetta, erano interi minuti che cercava di tenere a bada l’assurda sensazione di essere seguita, ma in quel momento, voltandosi di scatto con la bacchetta spianata, ebbe la certezza che qualcuno stesse a meno di un soffio dalle sue spalle.

Nessuno.

La ragazza si portò una mano al cuore, riprendendo fiato ma un istante dopo sentì che i capelli le si drizzavano sulla nuca.

- Sarebbe troppo ardire, sperare che stessi cercando proprio me? -

Quel sussurro aspro e morbido ancora le risuonava nelle orecchie, come il rumore della risacca che trascina la sabbia verso il mare, mentre si voltava ancora, questa volta più lentamente, per incontrare lo sguardo di due occhi grigi, che la fissavano luminosi e circospetti, spade alzate nella posizione di guardia, in attesa.

Draco Malfoy stava con le spalle appoggiate alla parete di pietra, le braccia incrociate sull’ampio petto, il corpo rilassato come se fosse lì da ore a riposare e non comparso dal nulla di quelle pietre che fino a poco prima erano spettatrici innocenti e che adesso, per la sua semplice presenza sembravano vibrare di vita.

Hermione scoprì di avere la bocca arida, per qualcosa che non aveva nulla a che vedere con lo spavento.

Cercò di sondare i suoi occhi per scorgervi qualcosa - forse il ricordo di un bacio rubatole nel sonno, in Infermeria, mentre sognava di lui? – ma la loro cristallina trasparenza si lasciava trapassare da parte a parte come acqua, senza che la minima corrente ne increspasse la superficie.

- Devo parlarti, se hai un minuto -

- Tutto il mio tempo ti appartiene, mia piccola Mezzosangue -

Lei fece uno sforzo temendo per rimanere impassibile: non distolse lo sguardo, non un lineamento del suo volto si alterò, non gli disse di non chiamarla più in quel modo. Tra le tante frasi taglienti che poteva scegliere e che avrebbero solo esternato la sua amarezza, decise che il silenzio era l’opzione migliore.

Senza mettere via la bacchetta, prese con la sinistra un foglio ripiegato dalla tasca, la lettera di Fleur, e la porse al ragazzo senza indugiare oltre.

Lui trattenne il foglio tra due dita senza guardarlo, guardava lei e i suoi occhi erano socchiusi e dietro di essi domande e risposte si alternavano a una velocità tale che le fu impossibile comprenderne anche soltanto una. Visto che lei non accennava a incoraggiare alcun tipo di conversazione, Draco dispiegò il foglio e i suoi occhi si spostarono da un lato all’altro lungo le righe tracciate nella terribile grafia di Fleur. A ogni riga gli occhi del ragazzo si aprivano un po’ di più; quando terminò aveva un sopraciglio inarcato e nel restituirle la lettera, la sua espressione era un misto di curiosità, ammirazione e divertimento.

Hermione comprese di colpo di non avergli rivelato nulla che già non sapesse e quel pensiero le diede un’improvvisa voglia di piangere e battere i piedi per terra, di voltargli le spalle e andarsene come una ragazzina arrabbiata.

- Non corro alcun pericolo -

Il tono con cui lui pronunciò quelle parole era infinitamente gentile e Hermione si ritrovò a ringraziare il Cielo di non avervi scorto la minima traccia di condiscendenza, altrimenti molto probabilmente avrebbe perso completamente il lume della ragione.

- Bene – disse in tono del tutto incolore – Io ho fatto il mio dovere, tu non sei più un mio problema adesso -

Draco Malfoy indietreggiò di mezzo passo e le mani ebbero uno spasmo anche se lievissimo, e un lampo gli attraversò lo sguardo.

- E’ tutto quello che hai da dire? – domandò in un sussurro così basso che lei non riuscì a distinguerne il tono.

- Ti ho avvertito, non posso fare altro – rispose lei con un scrollare di spalle – A questo punto non mi resta che augurarti una buona serata, Caposcuola Malfoy – soggiunse accennando ad andarsene.

Aveva mosso solo pochi passi, lungo il corridoio, quando la voce del ragazzo la fermò.

- Certe volte vorrei che tu fossi come le altre -

Hermione non si voltò ma nemmeno accennò di nuovo ad allontanarsi. Evidentemente parve un compromesso accettabile a entrambi così lui continuò a parlare, la voce bassa solo lievemente velata di un’amarezza che non riuscì a nascondere del tutto.

- Forse una scenata, una valanga di recriminazioni, urla e pianti saprei come gestirli; ma davanti a questo silenzio non so cosa fare. Ti ho detto molte volte che i giochi d’orgoglio avrebbero finito per farci più male di quanto non avessimo creduto. E’ quello che sta succedendo adesso, lo sai, vero? -

Hermione serrò le mani a pugno cacciandosi le unghie nel palmo, trasse due o tre respiri profondi e chiuse gli occhi, grata che non la potesse guardare in viso.

Lui fissò quelle spalle rigide e le braccia contratte e sospirò – Non mi hai dato nemmeno una possibilità, devo pensare che quello che c’è fra noi due conta così poco per te? –

Non aveva parlato al passato e lungo lo scandirsi di quella frase la sua sicurezza si era incrinata poco a poco, e l’ultima parola era stata una nota di smarrimento così doloroso che lei senza volerlo sentì la gola stringersi in una morsa di dispiacere. Per lui.

- Eri già alla tua seconda possibilità – replicò tuttavia, con una calma e una freddezza di cui non si sarebbe detta capace – Dopo aver cercato di ingannarmi con un Filtro D’Amore, inoltre è da quando Lisa è comparsa che non faccio che ripeterti … - s’interruppe e prese fiato, cercando di riprendere il controllo – quanto potesse nuocerci, ma tu non mi hai ascoltato. In realtà non mi ero mai aspettata nulla di diverso, probabilmente, mi sono fatta un’idea precisa di come ragionano i ragazzi in queste cose, basta una ragazza carina a farvi dimenticare tutto -

Si aspettava un’esplosione di rabbia ma seguì un silenzio talmente lungo che avrebbe quasi creduto di essere rimasta sola.

- Io non sono Ronald Weasley -

- Questo lo so -

Hermione si decise a girarsi e a guardarlo, sul suo volto non vide traccia di rabbia, solo qualcosa che somigliava all’impotenza.

- No invece, evidentemente – replicò lui, calmo – Altrimenti avresti capito che valore do alla fedeltà -

Lei a quel punto sorrise, lentamente – A quella degli altri – rispose, fredda – Malfoy io non credo tu possa negare di aver incontrato la McFays di nascosto e di aver fatto di tutto perché io non lo sapessi, compreso minacciare Tess –

Lui sostenne il suo sguardo senza batter ciglio – Non lo nego infatti, ero perfettamente consapevole di come avresti reagito e so benissimo che quello che non sai non può farti del male. La situazione mi è semplicemente sfuggita di mano o meglio, - aggiunse con una rabbia gelida che le provocò un istintivo moto di allarme – qualcuno non ha tenuto la bocca chiusa e pagherà per questo –

Hermione si strinse nelle spalle – Non credo ci sia altro da dire a questo punto –

- Non sono dello stesso avviso -

Lei lo fissò – Molto bene – disse incrociando le braccia sul seno – Ti ascolto –

- Mi dispiace di aver mancato a quegli appuntamenti – esordì Draco, la voce esitante come se articolare le parole fosse una cosa estremamente difficile e faticosa – E’ stato stupido da parte mia ma che tu ci creda o meno semplicemente non mi ero accorto di che ora si fosse fatta. Stavo …stavamo parlando di cose … - di nuovo s’interruppe – Posso solo scusarmi -

 

So love is big bigger than us
But love is not what you're thinking of
It’s what lovers deal
It's what lovers steal
You know I’ve found it hard to receive
‘Cause you my love I could never believe

 

                                     U2, Please

 

Hermione serrò le mascelle. Sofferenza, una sofferenza così forte, anche se credeva di essere preparata, da essere come una pressione dolorosa alla gola e ai polsi, sui palmi delle mani.

- Scuse non accettate. C’è altro? -

Draco aprì la bocca e subito dopo la richiuse, le rivolse uno sguardo che le sembrò un appello disperato e poi scosse la testa – Ci sei solo tu, anche adesso che non stiamo più insieme – disse poi, a voce bassissima – E’ la verità –

- E Lisa McFays? -

- Lei non ha nulla a che vedere con noi due – replicò l’altro, deciso.

- Con solo un piccolo particolare – rispose Hermione dolcemente.

Draco la guardò, spiazzato dal tono con cui lei aveva parlato – Sarebbe? –

Era come se lui le avesse offerto quella parte interna e privata dei polsi dove le vene azzurrine disegnavano sentieri vitali sotto la pelle chiara e sottile.

- Non esiste nessun noi due – disse – Non sarebbe mai dovuto esistere, avrei dovuto saperlo dall’inizio -

La sensazione di tenere in mano un coltello affilato e di incidere carne esposta e vulnerabile, vedere il sangue colorare la ferita netta e pulita, inflitta con chirurgica precisione.

Fu lei però a trasalire dal dolore.

Quel coltello le era inavvertitamente sfuggito tra le dita e adesso poteva soltanto contemplare inorridita i palmi, con cui aveva cercato di afferrare la lama prima che cadesse, inondati del sangue di ferite malamente slabbrate.

Draco Malfoy distolse lo sguardo dal suo di colpo e per un istante la sua immobilità fu assoluta, poi le sue mani presero a tremare prima che le serrasse a pugno con un gesto che sembrò costargli tutta la forza che aveva in corpo.

- Come i tuoi castelli di sabbia Hermione Granger? -

Le fiamme delle torce parvero piegarsi dal dolore al suono di quella voce carica di pacata disperazione, a quella rabbia consumata da se stessa che vibrava cupa scivolando sulla durezza delle pareti di pietra fino a cadere sul pavimento gelido, spezzandosi in frammenti che - se lei non avesse visto i suoi occhi asciutti – avrebbe potuto chiamare lacrime.

Draco Malfoy riportò lo sguardo su di lei e si mosse di un passo, lei sentì il proprio cervello impartirle l’ordine di indietreggiare e le gambe non rispondere. Rimase a guardarlo avvicinarsi, senza muoversi, senza riuscire a trovare la forza di allontanarsi da quegli occhi d’argento usurato e ossidato che splendevano come armi spezzate.

- Castelli costruiti da una bambina che non capiva perché dopo tutta la fatica che erano costati andasse contro l’ordine naturale delle cose che restassero in piedi nonostante le intemperie. Fino a che qualcuno non le ha insegnato che era sbagliato. E da allora di quei castelli è rimasta solo sabbia -

Quando era arrivato così vicino? Quando le aveva afferrato le braccia con quelle mani così forti e fredde che poteva sentire il gelo che emanavano anche attraverso strati di vestiti?

- Lasciami, per favore -

Lui le obbedì e in quell’istante lei comprese che nonostante tutto era l’ultima cosa che voleva al mondo, la violenza che dovette esercitare su se stessa per non tendergli le braccia la lasciò stremata.

- Va bene, se è quello che vuoi – rispose lui in un sussurro freddo e lento come la morte per dissanguamento – Continua a evitarmi, cerca di odiarmi senza riuscirci; continua a dirmi cose atroci riuscendo a fare del male solo a te stessa. Fa’ come ti hanno insegnato e stai lontana dai Serpenti -

Ancora una goccia di sangue.

- Ma non credere che ti aspetterò per sempre, - aggiunse dopo una pausa - dopotutto forse hai ragione tu -

Era troppo.

Lei si voltò e corse via accecata dalle lacrime, mordendosi le labbra nell’ultimo barlume di pudore che le impose di non lasciarsi sfuggire nemmeno un singhiozzo e lui la lasciò andare via, aggrappandosi con le unghie alla consapevolezza che era l’unica cosa da fare in quel momento.

Rimase solo nel corridoio, con la sola compagnia dello scoppiettare discreto delle torce che disegnavano macchie di luce sulle pareti di pietra.

- Non dicevi sul serio -

Draco Malfoy nel rispondere nemmeno si girò.

- Certo che no, ma meglio che lei creda il contrario non trovi? -

Alphard Black fece capolino dalla cornice di un quadro a qualche passo dal nipote, chiedendo educatamente permesso per farsi largo in un gruppetto di suore che da sotto la testa delle cuffie gli lanciarono sguardi interessati.

- Hai ragione – annuì il mago – Immagino fosse l’unica cosa sensata che potevi fare -

- Già -

- Naturalmente però puoi fare anche altro -

Draco si voltò a gettargli un’occhiata annoiata – A cosa alludi? – domandò in tono indifferente.

– Una cosa che essendo una Serpe avresti dovuto imparare a fare da tempo –

Il ragazzo sollevò un sopraciglio, con aria interrogativa – Cioè? -

Il sorriso di Alphard Black si allargò – Cioè strisciare -

***

 

Your convent shoes
Your stick on tattoos
Now they're making the news
Your holy war
Your northern star

 

                 U2, Please

 

Il dormitorio di Slytherin non era veramente cosa.

Non appena la parete della sala comune gli si aprì davanti, Draco Malfoy sentì l’impellente necessità di fare dietrofront e andare ad accamparsi in un bagno per il resto dell’anno scolastico. Millicent Bulstrode gli stava passando davanti agghindata di treccine, camminando sui talloni per non sciupare lo smalto verde vomito che si era appena passata sulle unghie dei piedi. Vicino al camino Margheritina Warrington stava discutendo con aria terribilmente seria insieme a Josie Macnair, progettando qualche offensiva ai danni del Potter Fan Club e della loro acerrima rivale Calista Hamilton; Tracey Davies lavorava a un calderone, appestando l’ambiente con un odore atroce; Theodore Nott era acciambellato in un angolo, probabilmente ancora convinto di essere un lupo mannaro e ciliegina sulla torta Lisa McFays e Pansy Parkinson chiacchieravano da buone amiche sedute a un tavolino con una teiera che levitava nell’aria versando tè fumante nelle tazze.

Non per la prima volta Draco Malfoy si ritrovò a invidiare Harry Potter.

Questa volta per esempio gli invidiava terribilmente il mantello dell’invisibilità.

- Draco – lo chiamò Lisa.

Appunto.

Lui fece finta di non sentire e accelerò il passo verso il corridoio dei dormitori maschili. Sulla soglia si scontrò con Tiger e sarebbe stato difficile il contrario visto che la stazza del ragazzo in questione occupava tutta la larghezza del corridoio.

Tiger si tirò indietro con un salto sorprendentemente agile vista la sua tonnellata di leggerezza.

- Ma …Draco! -

- Scusa Vince -

Era del tutto escluso stare a indagare sul perché Vincent Tiger avesse reagito con quel tono scandalizzato e perché adesso si fosse appiattito contro il muro per farlo passare tirando la pancia in dentro come se toccandolo potesse contrarre qualche morbo contagioso e fatale. Ormai soffermarsi a notare il livello di disturbi mentali del dormitorio di Slytherin era qualcosa al di là delle già provate forze di Draco Malfoy.

Troppi incroci e matrimoni trai parenti stretti, si disse dirigendosi verso la sua camera, era ovvio che buona parte dei purosangue avesse qualche turba mentale.

- Draco! -

La McFays non mollava, vedi sopra sotto la voce “turbe mentali”, si disse Malfoy accelerando il passo.

Imprecando in goblinese stretto – lingua di cui un qualsiasi riccone che possieda almeno una miniera d’argento era tenuto a conoscere almeno i rudimenti - Malfoy si eclissò verso la stanza del settimo anno, cominciando a considerare seriamente l’idea di chiedere per Natale un Basilisco, come animaletto da guardia.

Stava per entrare in camera quando una specie di valanga umana quasi lo mandò al tappeto. Si tirò di lato appena in tempo per non essere travolto da Goyle che si precipitò nel corridoio urlando – Tracey, la tua pelle di girilacco! –

- Affascinante – commentò in tono vagamente interessato Zabini, che come al solito aveva messo radici davanti allo specchio – Credete voglia dire che le ha trovato una pelle di girilacco o che è l’incarnato della Davies a essere simile alla pelle di girilacco? -

- La seconda che hai detto -

Un rauco sbuffo di fumo alle rose selvatiche si levò dal letto di Malfoy dove Daphne Greengrass era seduta a gambe incrociate frugando tranquillamente nella borsa dei libri buttata per terra vicino al comodino.

- Daphne ti serve aiuto per mettere il naso nelle mie cose? – le domandò Malfoy in tono acido.

- No grazie, - rispose quella imperturbabile – ho già trovato quello che cercavo – e brandì tutta soddisfatta il compito di Pozioni.

Zabini fischiettando un’aria d’Opera, gettò sul suo letto il maglione della divisa e si apprestò a mettersi a suo agio – Inutile farli rifare in cachemire  - si lamentò guardando malinconicamente l’indumento grigio che giaceva come un mucchietto sul copriletto – hanno sempre un aspetto orribile –

Gli altri due ovviamente lo ignorarono del tutto e Blaise cominciò a frugare nel suo baule alla ricerca di qualcosa di più consono da indossare – Draco, ti spiacerebbe passarmi quella camicia azzurra appesa ai piedi del tuo letto? –

- Scusa ma quando Vitious ha spiegato l’Incantesimo di Appello tu dov’eri? – domandò di rimando Malfoy, scocciato.

- Certo che gli amici si riconoscono proprio nel momento del bisogno, eh? – replicò Zabini con una smorfia delusa mettendo mano alla bacchetta.

Daphne Greengrass incurante di tutto stava ricopiando pari pari il compito di Malfoy su una pergamena che gli aveva fregato dal cassetto.

Draco Malfoy gettò uno sguardo sul suo letto: due pantaloni e tre camicie di Blaise erano appese al baldacchino, due mantelli erano ben ripiegati sul copriletto e nello spazio rimanente si era sistemata Daphne, a gambe incrociate col posacenere in bilico su un ginocchio.

- Scusate, io vorrei mettermi a letto -

- Fa’ pure – rispose Daphne – a me non disturba, basta che non mi rovesci il posacenere -

Zabini scartò una cravatta e agitò una mano comprendendo con quel vago gesto il resto della stanza – Sceglitene uno, no? –

- Vorrei il mio – fece notare Malfoy con un tono di voce ormai pericolosamente simile a un ringhio.

L’altro lo guardò infastidito – Ti ha mai detto nessuno che sei una persona che tende a creare problemi? – fece in tono carico di sussiego – Tra l’altro in questo momento sei sentimentalmente sofferente ed è noto che gli innamorati infelici  soffrono di insonnia –

Mettersi a urlare come un matto sarebbe stato dargli troppa soddisfazione. Tra l’altro Blaise non aveva intenzione di demordere e con voce querula continuò – E pensare che visto che non sei andato a cena avevo anche avuto il pensiero carino di portati delle tortine di mele –

A quelle parole Draco si guardò attorno ma l’altro terminò – Inutile che le cerchi: le ho mangiate io. Ho pensato che gli innamorati sofferenti sono notoriamente anche inappetenti -

Draco Malfoy incrociò le braccia sul petto e alzò il mento affettando la sua migliore espressione di gelida noia, ampiamente collaudata – Vi sembra che io abbia l’aria sofferente? – domandò con un sogghigno e uno scrollare di spalle che erano il massimo della disinvoltura.

Blaise spostò lo sguardo della cravatta blu nella destra a quella grigia e nera nella sinistra, Daphne continuò a copiare; tuttavia entrambi risposero all’unisono.

- Si -

Draco Malfoy si ritrovò a pensare con enorme nostalgia ai bei tempi in cui a Slytherin l’ipocrisia era una sacra istituzione.

- L’hai vista? – domandò Zabini a quel punto, con una noncuranza così perfetta che poteva essere solo del tutto fasulla.

- Si – rispose semplicemente Draco abbassandosi per prendere il portasigarette di Daphne che domandò, a ruota – E com’è andata? -

- Tutto sotto controllo – rispose Draco stringendosi di nuovo nelle spalle – Ho la situazione in pugno -

Gli altri due non commentarono e quello non gli parve buon segno; Draco si accese la sigaretta e cominciò a fumare in silenzio.

Blaise incontrò il proprio sguardo nello specchio sbirciò di sottecchi la figura riflessa di Daphne che stava continuando a copiare, la testa bionda china sulle pergamene e una sigaretta che si consumava lentamente tra le nocche della sinistra.

- Meglio cambiarsi – sospirò cominciando a sbottonarsi la camicia.

Un bottone dopo l’altro la lussuosa seta bianca si aprì sul torace abbronzato, scivolò fuori dalla cintura dei pantaloni e quasi casualmente scese sulle spalle ampie.

Draco gettò uno sguardo curioso a Daphne.

La ragazza non accennava ad alzare il capo dai compiti né dava segno di essersi accorta di nulla.

La camicia cadde sul pavimento in una morbida gora di seta che luccicò sotto la luce dorata delle lampade.

Una goccia d’inchiostro stillò dalla punta della piuma a macchiare la pergamena, Daphne ebbe un istante di immobilità completa poi tese lentamente la sinistra verso il posacenere posato accanto alle sue gambe. La cenere finì sul copriletto.

Daphne schiacciò la sigaretta quasi intera e arrotolò destramente la pergamena di Malfoy – Il resto lo copio domani – disse – adesso ho da fare, devo vedermi con il Re –

Si alzò dal letto e raggiunse la porta con un balzo agile e alzò una mano in segno di saluto.

- Non hai di meglio da fare che occupare i ritagli di tempo di un tizio che pensa solo al Quidditch invece che a stare con te? – la voce sprezzante di Blaise Zabini spezzò di colpo la sottile ma palpabile tensione che regnava nella stanza, appena simulata dagli strascichi di una quotidianità che continuava apparente a reggere, anche adesso che qualcosa ne minava inesorabilmente le basi.

Si era spinto troppo oltre. Draco lo aveva compreso non appena aveva scorto l’espressione che velocissima gli aveva distorto i lineamenti non appena Daphne aveva fatto riferimento a Weasley.

Daphne girò appena il capo per incontrare lo sguardo di Blaise al di sopra della spalla destra – Molto meglio che occuparlo con uno che si è fatto tatuare la “D” di “deficiente” su una chiappa –

Daphne se ne andò in un silenzio da cripta e Blaise lanciò contro il muro una scarpa che aveva in mano – Maledizione! – esclamò sommessamente, cadendo di colpo a sedere sul letto.

- Mi è passato il sonno – disse Draco dopo qualche minuto, senza guardarlo direttamente.

- Anche a me – brontolò l’altro, tetro.

- Potremmo andare al Club – propose Draco – i Ravenclaw hanno sempre dell’ottimo Firewhisky. Magari possiamo anche fare una partita a carte -

- Con l’andazzo che c’è – commentò Zabini passandosi le mani sulla faccia – alla fine della serata potremo comprarci questa dannata scuola -

- Già – fu l’acida risposta – Per raderla finalmente al suolo -

 

 

Cap.14: ??

 

La Fanfiction

Hermione Granger e Draco Malfoy si sono messi insieme e nemmeno loro probabilmente si capacitano ancora della cosa. Il loro "vissero felici e contenti" sta per ragiungere il felice record della settimana scarsa quando ovviamente qualcosa interviene a interromperlo. Trai preparativi per La festa di Halloween e il malumore dei Gryffindor, inizia a comparire gente che non si vorrebbe vedere nemmeno "dipinta". E chi meglio di Draco Malfoy, può comprendere l'espressione "Parenti Serpenti"?

Original Sin: Chapters

1. Hogwarts Confidential
2. Letters From Hell
3. Closer
4. Killing Cinderella
5. The Day After
6. Love Boa
7. Lost in Temptation
8a. Hell Love Wins
8b. Hell Love Wins
8c. Hell Love Wins
11. Shadows Like Stautes
12. I't Midnight, Cinderella
13. Please

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Code©Carole Desrosiers
Graphic © Morgan
Immagine DracoxHermione from dracohermione[dot]org